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Penso di non aver mai sentito parlare male di Bojack Horseman.

Il commento peggiore che mi sia capitato di sentire è “Ma non fa ridere!” ed è un’affermazione così stupida che non merita neanche di essere presa in considerazione, anzi non merita nemmeno di essere ricordata. In molti però faticano a spiegare  perché ci piace così tanto Bojack Horseman, perché aspettiamo ogni anno la fine dell’estate per tornare a Hollywoo, perché iniziamo diversi mesi prima a pregare che anche questa stagione sia all’altezza delle precedenti.

Forse avete già visto tutto d’un fiato la quinta stagione appena uscita, forse ve lo hanno già detto tutti i vostri amici e forse intimamente sapete che non può essere diversamente, ma è meglio ribadirlo: anche quest’anno Bojack Horseman è una delle migliori serie che possiate trovare in giro. Anche questa stagione ha dei momenti di pura genialità che pensavamo fossero irripetibili (sì sesto episodio, sto parlando proprio con te!) e anche quest’anno è incredibile come in molti di noi si riescano ad immedesimare (purtroppo) con il cavallo più famoso degli ultimi decenni o con un altro dei suoi dolcissimi e squallidi amici.

Bojack Horseman

Ovviamente non si tratta solo di immedesimazione: Bojack Horseman non è idolatrato da migliaia di appassionati solo perché ci ricorda, qualora davvero ne avessimo bisogno, che facciamo un po’ schifo. Il segreto sono gli strati. Ogni singolo episodio di Bojack Horseman si muove costantemente su così tanti livelli che è quasi impossibile distinguerli separatamente e se ne resta indistricabilmente colpiti (apro qui una parentesi totalmente inutile per sottolineare come, a mio avviso, in questo caso esiste una parola in inglese – layers – che forse rende meglio il concetto della stratificazione di Bojack Horseman, ma siccome è troppo da stronzi fare tutto un discorso utilizzando più e più volte layers, proseguirò parlando di stratificazione e livelli di lettura).

C’è il banale intreccio delle vicende personali (tutt’altro che banali, ma è facile ormai scrivere una storia che ti tenga incollato allo schermo e ti faccia venire voglia di andare avanti), c’è il livello esistenziale estremamente profondo toccato da tutti i personaggi, c’è una simbologia fortissima che si sviluppa sia attraverso gli animali antropomorfi di questo zoo del cazzo che è la vita, sia attraverso i mille dettagli che popolano ogni inquadratura. C’è la critica tanto pungente quanto precisa all’intero star system, c’è una visione cristallina e nitida di tantissimi temi attuali come il femminismo, c’è il classico spaccato drammatico di vita familiare rappresentato benissimo negli inenarrabili (poiché impossibili da spiegare) rapporti tra genitori e figli, c’è un’ironia sprezzante di tutto quello che accade sulle tv (principalmente quelle americane, ma anche noi siamo messi bene), c’è uno sconfinato amore – e sfoggio – di cultura, ma soprattutto c’è un immenso e stupendo affresco di quella che è la vita delle persone (più o meno comuni) che almeno una volta si sono chieste “Ma dove cazzo ho sbagliato?” o “Quando è iniziato ad andare tutto a rotoli?”.

Bojack Horseman

Probabilmente il collante principale di questa quinta stagione è il femminismo ed esistono solo due serie al mondo capaci di cogliere in maniere così arguta quello che sta accadendo nel mondo col movimento #metoo: una è Master of None, l’altra è Bojack Horseman. Purtroppo proprio Aziz Ansari è caduto vittima (sì, prendo una posizione con questa affermazione, lo so) del movimento #metoo e per tanto non vedremo a breve una terza stagione di Master of None, ma per fortuna abbiamo ancora il nostro cavallo matto. Con questa quinta stagione che, ricordiamolo, si sviluppa su 12 soli episodi tutti molti brevi, Bojack riesce al tempo stesso a: inquadrare il femminismo nel 2018, individuare quelli che sono ormai i topoi dell’argomento, delineare le macchiette che spesso lo sostengono, evidenziare tutte le contraddizioni del caso, ridicolizzare i comportamenti più insulsi, ma (cosa più importante di tutte) riesce a mettere in scena quella che è la via di mezzo giusta tra la caccia alle streghe iniziata con #metoo e il maschilismo che ancora domina incontrastato nella maggior parte degli ambiti lavorativi (e non solo) di tutto il mondo.

Ed è quindi la giusta via di mezzo, quella che fa i conti con la realtà, con le vere esigenze delle donne, anche di fronte ai loro desideri più reconditi e agli eventi più drammatici, proprio quella via di mezzo a tratti smarrita che fa capire al tempo stesso la necessità di un cambiamento e la strada sbagliata intrapresa dal movimento. Tutto questo in soli 12 episodi (e nemmeno in tutti, a dire vero) da 20 minuti circa.

Bojack Horseman

C’è da rimanere a bocca aperta, perché ovviamente tutto questo contenuto, così stratificato, è all’interno di un contenitore geniale, che ti fa eiaculare dagli occhi per le trovate presentate: sto per citare anche io l’incredibile sesto episodio, qualcosa di mai visto in una serie d’animazione, qualcosa che ha già fatto scuola e di cui tutti quelli che l’hanno visto stanno parlando con gli amici. 26 minuti di monologo. 26 cazzo di minuti di un lunghissimo, brillante, disturbante, divertente, straziante monologo. 26 minuti che per certi versi riassumono tutto quello che vuol dire Bojack Horseman. 26 minuti che alzano, di nuovo, l’asticella della maestosità di questa serie.

Quest’anno per la prima volta non ho pianto sul finale di Bojack Horseman. Forse perché il finale è, per certi versi, positivo. Forse perché è stata evitata la classica tragedia straziante da finalone di serie. Forse perché sono, come Bojack, un po’ più arido dell’anno scorso. Non è possibile quindi parlare di un difetto, ma anzi anche da questo punto di vista trovo la scelta molto matura: dire addio almeno per quest’anno al cliffhanger drammatico a cui eravamo abituati e dare il benvenuto ad una più matura evoluzione degli eventi che lascia spazio per tutta quella mole di contenuti di cui sopra su cui riflettere.

Bojack Horseman

Poi, se come me la realtà vi spaventa un sacco e non avete un cazzo voglia di pensare e di mettere ordine in quel casino che c’è in testa (un casino inestricabile e arzigogolato come lo è a tratti la narrazione di alcuni episodi di questa stagione), potete sempre premere play e rincominciare Bojack Horseman dal primo episodio di 5 anni fa. Se lo farete avrete modo di ascoltare i primi dialoghi che ci hanno introdotto a Bojack: il protagonista, intervistato in un talk show televisivo, spiega al conduttore perché Horsin’ Around (la serie nella serie che lo ha reso famoso negli anni ’90) ha avuto tanto successo nonostante le pessime critiche. Bojack afferma che per quanto potesse far schifo, era comunque rassicurante per lo spettatore, dopo “una giornata di calci nell’uretra”, vedere qualcosa di leggero.

Soltanto ora possiamo quindi capire quanto fosse contraddittoria questa affermazione e quanto fosse emblematica della grandezza di quella che è senza ombra di dubbio una delle migliori serie disponibili su Netflix.

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